23 March 2007

Un commento

Ho letto con interesse l'intervento di Giovanni Bearzi sul clima che cambia (post del 22 marzo 2007). In occasioni come questa mi torna sempre in mente la sarcastica considerazione del matematico in Jurassic Park, che irride il timore espresso da uno dei protagonisti per la sopravvivenza della vita sulla Terra e la stigmatizza come delirio di onnipotenza; conclude poi amaramente dicendo che non è certo la vita ad essere in pericolo - ben più potente e tenace di qualsiasi intervento umano, sulla scala dei milioni di anni - ma la vita delll'uomo sì (e di qualche altro migliaio di specie, aggiungo io).

E certo non sono indifferente alla sorte dei nostri figli e non credo che "sia vano il nostro arrabattarci in un mondo che cambia così rapidamente": non abbiamo altri strumenti che l'impegno di coloro che partecipano alla formazione del sapere. L’Intergovernmental Panel On Climate Change non è nato da solo e qualche effetto lo sta producendo, mi sembra. Cosa altro potrebbe (forse) convincere il grande pubblico a comportamenti più responsabili e a premere su quelli che contano per scelte - in definitiva - semplicemente più sagge se non un infaticabile richiamo fondato sul patrimonio del sapere, a cui partecipano anche i cetologi?

Mi viene in mente un’altra citazione (mai troppo citata): "resistere, resistere, resistere"; Borrelli si rivolgeva alla onestà intellettuale in forma ampia, che col clima non cambia e di cui il nostro arrabattarci comunque credo voglia fare parte.

Massimo Demma
Disegnatore e Socio onorario dell'Istituto Tethys

22 March 2007

Clima che cambia


fai click sull'immagine per ingrandirla


Dal sito di Beppe Grillo:

L’Intergovernmental Panel On Climate Change (IPCC) distribuirà tra aprile e maggio il Quarto Rapporto sui cambiamenti climatici commissionato dall’Onu. Un suo estratto: Cambiamento del clima – Sommario per i politici è stato presentato a Parigi alcune settimane fa. (...) 2.500 esperti di 130 nazioni hanno lavorato per 6 anni per dirci una cosa che si percepiva, che sapevamo già: che i nostri figli e i nostri nipoti penseranno a noi come a dei delinquenti. (...) Si discute di scioglimento dei ghiacciai, della scomparsa dei grandi fiumi, dell’avvelenamento di città intere come se questi fatti riguardassero qualcun altro. Ed è vero: riguardano i nostri figli. (...) Undici degli ultimi dodici anni sono stati tra i più caldi dal 1850, da quando le misurazioni sono attendibili. Il 30% delle specie è a rischio di estinzione. Le foreste tropicali saranno sostituite dalla savana. Tra uno e tre miliardi di persone potrebbero morire di fame o di sete. (...)


Di fronte a queste notizie sconvolgenti non sappiamo come reagire. Possiamo credere che siano le esagerazioni di un comico, ma leggendo il rapporto dell'IPCC ci si accorge che non si tratta di questo. La situazione è davvero terrificante.

Siamo assuefatti a questo tipo di informazioni, e ormai tendiamo a evitare le notizie deprimenti sull'ambiente disperse in un mare di gossip. Ma il mutamento del clima non si fa dimenticare. Possiamo non pensarci per un po', ma poi vediamo alberi fiorire a gennaio, la neve a primavera.

Nel nostro lavoro di cetologi ci troviamo ad affrontare nuove sfide. Balene e delfini non avevano già abbastanza problemi?

Popolazioni già minacciate dalle molte attività umane dovranno ora fare i conti anche con gli effetti di sconvolgimenti climatici? Come potremo tener conto anche di questa immensa variabile nei nostri studi, già complicati da un gran numero di fattori e di incognite?

Un aumento nel numero di animali sarà dovuto al gran caldo o alla riduzione del bycatch? La minore natalità un effetto dei contaminanti o di mutamenti nella rete trofica? Sarà ancora possibile stabilire dei semplici rapporti di causa-effetto, così come siamo chiamati a fare noi ricercatori?

Ancora di più, viene da chiedersi se non sia vano il nostro arrabattarci in un mondo che cambia così rapidamente. Un mondo in cui i nostri poveri strumenti di indagine di rado forniscono risposte chiare, e dove le strategie di conservazione che riusciamo a ideare oggi sono già superate domani.

E' difficile dare delle risposte. Ma vale certamente la pena di porsi delle domande e mettere continuamente in discussione il proprio lavoro, cercando di adeguarlo a una situazione continuamente mutevole. Mutevole almeno quanto la curva che, nel rapporto IPCC, indica l'incredibile innalzamento della temperatura negli ultimi cento anni.

Giovanni Bearzi

17 March 2007

The early days of the Adriatic Dolphin Project


Tethys President Giovanni Bearzi reports on his experience with the project

I first went to Losinj in 1987 with my father’s inflatable boat, staying in a camping. I was told that dolphins around Losinj and Cres were easy to find, and could be approached from small boats. That sounded very interesting to me, as I was looking for ways to do a dolphin study for my Biological Sciences thesis at the University of Padua. By that time I had been surveying portions of the Mediterranean from oceanographic vessels, recording cetacean sightings. However, I was hoping to get a little closer to the animals, rather than just identifying the species and counting them while passing by. I soon realised that Losinj offered amazing opportunities. Bottlenose dolphins were easy to find, they could be photographed individually (which later allowed the identification of most community members) and they could be followed at close quarters during their daily movements, thus allowing to collect information on their behaviour. The first time I came back home after two weeks in Losinj I knew for sure that my life had changed - I finally had found what I was looking for. I completed my thesis on northern Adriatic dolphins, and then Giuseppe Notarbartolo di Sciara and myself decided that it was worth to continue, under the umbrella of the young Tethys Research Institute. Our aim was to start a long-term study to replicate in the Mediterranean what the likes of Randy Wells and Bernd Würsig had done in other parts of the world.

In 1990 Giuseppe and I crossed the border between Italy and former Yugoslavia with a busload of enthusiasm and hope. With us there was Laura Bonomi, one of the finest field workers I ever met. We managed to find a sponsor for the boat, an outboard engine, basic research equipment (a reflex camera, a tape recorder and the first GPS model available on the market), plus a little money for the renting of a house and for the gasoline. Nobody cared much about earning a salary, or turning the project into some sort of business (which it never became). All we wanted was finding the dolphins and getting to know them better. And that’s what we did, eventually, facing all sort of difficulties, dealing with damaged boats, broken engines, political trouble, much frustration, cold winters, lack of money, countless hours writing proposals and entering data, personal difficulties and the whole set of problems that come with a field project. But also hundreds of unforgettable hours spent with the animals, known one by one as good friends. The joy of being at sea, alone or with some of the many extraordinary people who joined me in that adventure. Observing dolphins, and eventually understanding at least in part what was going on, what they were doing, what they were likely to do next, and who was there socialising with Taba and Pinna Vibrante.

Although research was our main activity, the Adriatic Dolphin Project developed into something more than just a dolphin study. It soon attracted interest from enthusiastic local supporters such as Arlen Abramic, and then Nena Nosalj and many others. Nena, in particular, was instrumental in enhancing the public awareness potential of the project and allowing us to share whatever we learned about the local dolphins with the general public and the media. The Dolphin Day was one of her many brilliant ideas. She and Arlen also “forced” me to make dozens of presentations in front of a public that ranged from tourists to fishermen, from refugee children to commando soldiers. Today, I’m so glad I did all that, contributing to the development of what is now one of the most successful and long-lasting dolphin projects in the Mediterranean, and setting the stage for the next round of fine people, Drasko, Pete, Caterina and all the others, to whom we eventually passed the baton. After almost two decades, it is nice to see that the Adriatic Dolphin Project has managed to overcome many apparently insurmountable problems and that Blue World is now doing such an excellent work, with about the same spirit and motivation we had in the early days. I wish that all will continue to produce outstanding conservation results, shining as a testimony that commitment by enthusiastic individuals can make a difference in this world.

Giovanni Bearzi
Venezia, November 2004

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Tethys has been managing the Adriatic Dolphin Project between 1987-2000. Today, the project is run by Blue World, a Croatian organisation. Research by Tethys in the Adriatic continues in the context of the Venice Dolphin Project.
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An overview of research in the northern Adriatic Sea can be found in the following article:
Bearzi, G., Holcer, D. & Notarbartolo di Sciara, G. 2004. The role of historical dolphin takes and habitat degradation in shaping the present status of northern Adriatic cetaceans. Aquatic Conservation: Marine and Freshwater Ecosystems 14:363-379. (212 Kb)

More Adriatic literature can be downloaded from the Publications section of this page.

You may also want to consult the Library of Cetaceans, sea turtles and sharks of the Adriatic Sea assembled in the context of project AdriaWatch.

16 March 2007

Capodoglio rovescia barca. Un uomo muore


Qualche giorno fa, nei pressi dell’isola di Shikoku, 800 km a sud di Tokio (Giappone), un capodoglio ha ribaltato una barca. I tre pescatori a bordo sono stati sbalzati in acqua e uno è morto accidentalmente.

L’animale, molto probabilmente malato o in difficoltà, si era ritirato presso la costa, in acque poco profonde. Restava fermo in superficie con fare letargico, forse in attesa di morire. Alcune imbarcazioni si sono avvicinate e le persone a bordo hanno cominciato a produrre suoni percussivi e tintinnii con oggetti metallici o battendo sulle barche, con l’intenzione di farlo allontanare.

Verosimilmente, invece, il continuo frastuono non ha fatto che esasperare il capodoglio. Nel momento in cui un’imbarcazione si è posizionata proprio sopra di lui, l’animale ha mosso ripetutamente la coda verso l’alto, non si sa se con intenzioni deliberatamente aggressive o solo per dissuadere tutta quella gente dal continuare a tormentarlo. Ed è avvenuta la tragedia.

Silvia Bonizzoni

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Per vedere il filmato:
http://tv.repubblica.it/multimedia/home/603975?ref=hpmm

15 March 2007

La focena del Golfo di California: estinzione annunciata o esempio di buona gestione?


Nei laboratori a picco sul mare dello Scripps Institution of Oceanography, sulla costa californiana presso San Diego, circa 70 esperti internazionali discutono animatamente di delfini e balene. Sono stati convocati dalla World Conservation Union (IUCN) in occasione del Cetacean Global Red List Assessment - un workshop organizzato a gennaio 2007 per definire lo stato di conservazione e il rischio di estinzione di tutti i cetacei. Fra gli esperti convocati da ogni parte del mondo ci sono anche due italiani, rispettivamente presidente e presidente onorario dell’Istituto Tethys. Sono Giovanni Bearzi, nel gruppo delegato ai piccoli odontoceti, e Giuseppe Notarbartolo di Sciara, per i grandi odontoceti.

Dall’alba al tramonto, in una settimana di lavoro frenetico, vengono passate in rassegna tutte le oltre 85 specie di cetacei viventi. Ci si dà da fare per classificarne lo stato di conservazione a livello globale partendo dalle stime di popolazione disponibili, dai principali parametri biologici, dalla distribuzione geografica degli animali e dalla mortalità causata dall’uomo. Alla fine del workshop, per tutte le specie viene proposta una classificazione basata sui rigidi criteri IUCN.

Le specie in grave pericolo sono moltissime, e comprendono cetacei enormi e carismatici come la balenottera azzurra, e delfini poco conosciuti come il cefalorinco di Hector. Tra tutte, due specie destano le maggiori preoccupazioni e rappresentano un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Si tratta di due piccoli odontoceti a rischio immediato di estinzione, che nella Lista Rossa condividono la stessa condizione definita “critically endangered”: il lipote (Lipotes vexillifer) del fiume Yangtze e la focena del Golfo di California (Phocoena sinus), che con i suoi 1,5 metri di lunghezza è il cetaceo più piccolo del Pianeta.

Il lipote viene ancora classificato come “critically endangered” più che altro a fini scaramantici, poiché è probabile che oggi non ci siano più esemplari viventi di questa specie. Nel 2006, infatti, durante un survey sistematico dello Yangtze svolto da un nutrito gruppo di ricercatori non è stato trovato neanche un individuo, e questo suggerisce che l’ultimo lipote possa essere spirato da tempo in solitudine, sul fondo del fiume. Gli esperti lo considerano “tecnicamente” estinto, e si tratta nientemeno che del primo cetaceo scomparso nella storia dell’umanità a causa dell’effetto combinato del degrado ambientale e delle catture intenzionali e accidentali. Un triste primato.

L’altrettanto triste titolo di cetaceo maggiormente minacciato passerebbe quindi alla piccola focena endemica delle acque settentrionali del Golfo di California, in Messico. La sua popolazione è oggi costituita da poche centinaia di esemplari e ogni anno il numero si riduce a causa delle morti accidentali nelle reti da pesca.

In virtù della situazione critica e della necessità di interventi immediati per salvare le ultime focene, Julia Marton-Lefèvre - direttrice generale della IUCN - ha scritto qualche giorno fa una lettera significativa al Presidente del Messico Felipe Calderón Hinojosa e ad altri 11 membri governativi. Nella sua lettera, Marton-Lefèvre sottolinea come la situazione della piccola focena non necessiti di ulteriori ricerche, ma solo ed esclusivamente di misure gestionali tempestive. L’unica azione che potrebbe salvare questo cetaceo dall’estinzione è il bando delle reti da pesca nelle acque frequentate dall’animale (un’area di soli 50 km x 100 km).

L’IUCN riconosce che il bando delle reti da pesca avrebbe implicazioni sociali ed economiche, e suggerisce di prendere in considerazione programmi e azioni per lo sviluppo di alternative occupazionali eco-sostenibili che possano favorire le popolazioni locali, anche attraverso la promozione della Riserva della Biosfera (già esistente) e lo sviluppo di metodi alternativi per la pesca di pesci e crostacei.

La lettera della direttrice IUCN si conclude con un messaggio che non concede scappatoie. Se non verranno intraprese azioni immediate per bandire le reti nella sezione settentrionale del Golfo di California, la focena seguirà certamente la stessa sorte del lipote diventando così la seconda specie di cetaceo estinto nel corso della nostra generazione, e questo potrebbe verificarsi nel giro di pochi anni.

C’è da augurarsi che il Presidente del Messico e gli altri deputati e senatori non siano sordi a questo pressante allarme, e prendano in seria considerazione l’autorevole appello, facendo tutto il possibile per scongiurare l’estinzione della piccolissima focena. Un intervento da parte del Messico per salvare questo tesoro naturale costituirebbe un esempio di lungimiranza politica e un segnale di speranza per tutte le altre specie in pericolo.

Giovanni Bearzi e Silvia Bonizzoni

14 March 2007

Delfini a scuola


"Volete che vi racconti delle balene e dei delfini?" chiedevo ai miei bambini quando erano più piccoli. In genere la proposta veniva accolta con relativo entusiasmo, ma già al passaggio sui mammiferi-che-respirano-aria iniziavano i primi sbadigli e dovevo battere in ritirata. Forse, per loro, era ancora troppo presto. Motivo per cui aspettai alcuni anni e, recentemente, tornai alla carica.

Saltando a piè pari sia il capitolo "misticeti/odontoceti" che l'evoluzione, procedetti questa volta direttamente con quegli argomenti che i figli di una cetologa possono avere il privilegio di sentire di prima mano: la ricerca in mare. "Gli studiosi oggi sanno addirittura distinguere un delfino da un altro - recitai - con una tecnica che si chiama FOTO-I-DEN-TI-FI-CA-Z-I-O-NE".

"Ah, ma quello lo sappiamo già" saltò su Nicolò, quinta elementare."C'è sul libro di lettura." E a conferma mi mise sotto il naso una bella doppia pagina a colori che titolava "Baby delfini in Sardegna" e "Come adottare un delfino", corredati di tre foto ravvicinate delle dorsali di "Pinnabianca", "Patella" e "Alfa".

Erano proprio queste catalogazioni dei cetacei, che permettono di riconoscere i singoli individui sulla base di tacche e graffi sulla pinna e sul corpo, e seguirli nel tempo, che avevo avuto intenzione di spiegare ai bimbi, così come, fin dai primissimi anni di Tethys, un po' tutti noi raccontavamo delle ultime ricerche ai volontari, e scrivevamo sulle riviste di divulgazione. In cima alla lista delle nuove metodologie, la fotoidentificazione era un sistema che, alla fine degli Anni Ottanta, collaudavamo per primi lungo le nostre coste; avrebbe dato risultati significativi negli anni a venire e, per inciso, viene largamente impiegata ancora.

I delfini del libro di lettura di Nicolò non sono stati foto-identificati da Tethys, ma poco importa. Fatto sta che l'informazione "cetologica" ha decisamente varcato i confini del giornalismo di settore. Potremo sempre dire che abbiamo fatto... scuola. Sarà di buon auspicio per l'atteggiamento delle generazioni future verso il mare e i relativi animali? Possiamo solo sperarlo.

Maddalena Jahoda

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Bibliografia: Ed. CETEM, 2006, Leggerissimo 5, sussidiario del linguaggio.

09 March 2007

La Spagna protegge le balene. E l’Italia?


Le navi in transito nello Stretto di Gibilterra devono rallentare e prestare attenzione a capodogli e balenottere presenti nell’area. Mentre i cetacei del Santuario Pelagos continuano a essere vittime di incidenti


Nello Stretto di Gibilterra, uno dei tratti di mare più trafficati al mondo, il Governo Spagnolo ha recentemente deciso di imporre alle navi in transito di rallentare la propria velocità per meglio “avvistare” i cetacei presenti. La speciale raccomandazione impone alle navi di limitare la velocità a 13 nodi (circa 24 Km/h) e di navigare in stato di “massima allerta” per evitare la collisione con i cetacei eventualmente presenti in quelle acque. La velocità delle imbarcazioni nello Stretto di Gibilterra può variare notevolmente da imbarcazione a imbarcazione, con picchi di oltre 30 nodi (55.5 Km/h) nel caso dei traghetti veloci che collegano la Spagna con i porti del Marocco. Proprio questi traghetti veloci, che attraversano lo Stretto trasversalmente, rappresentano la principale minaccia di collisione per i grandi cetacei, che in quella zona sono particolarmente abbondanti.

Nel Mediterraneo le collisioni tra imbarcazioni e cetacei, principalmente balenottere comuni e capodogli, sono avvenimenti abbastanza frequenti, tuttavia una misura di mitigazione cosi radicale non era mai stata presa, anche se da tempo i ricercatori e le organizzazioni deputate alla tutela degli animali invocavano a gran voce misure di questo tipo. Quella della Spagna è quindi una tappa “storica” nella conservazione dei cetacei.

Nello Stretto di Gibilterra le vittime principali delle collisioni sono i capodogli, cetacei di lunghezza variabile tra i 14-18 metri, che si concentrano in quelle acque durante la stagione alimentare, compresa tra febbraio e luglio. Durante questo periodo nello Stretto sono presenti regolarmente almeno 20-30 capodogli che trascorrono lunghi periodi di tempo in superficie, per ossigenarsi prima delle lunghe apnee che li portano ad alimentarsi a profondità elevate. Questo comportamento li espone al rischio di collisione con le imbarcazioni.

E nel resto del Mediterraneo cosa succede? Recenti dati pubblicati dall’Istituto Tethys in collaborazione con ricercatori francesi e americani hanno rivelato che negli ultimi trent’anni almeno 43 balenottere comuni (su 287 carcasse rivenute tra il 1972 e il 2001) sono morte in seguito alla collisione con imbarcazioni, e questo numero è certo sottostimato rispetto al reale impatto sulla popolazione.

Circa l’80% degli scontri con esito fatale si verificano nel Santuario Pelagos, un’area marina protetta istituita nel 1999 proprio perchè densamente popolata da diverse specie di cetacei. Le collisioni risultano più frequenti tra aprile e settembre a causa dell’aumento del traffico marittimo, che coincide con un picco nella presenza delle balenottere che in primavera/estate si concentrano nelle acque del Santuario per alimentarsi.

Allo scopo di ridurre il rischio di collisione sono state proposte soluzioni che comprendono la presenza di osservatori a bordo delle navi (deputati a controllare l’eventuale presenza di cetacei sulla rotta), la riduzione della velocità nelle aree di maggior abbondanza di animali, e l’utilizzo di rotte alternative per evitare le zone più popolate dove le collisioni sono più probabili.

Ci auguriamo che ora, anche grazie all’iniziativa spagnola, altri governi, e in particolare quelli firmatari dell’Accordo per il Santuario Pelagos (cioè Francia, Italia e Principato di Monaco) decidano di adottare misure volte a diminuire il numero di collisioni fatali tra imbarcazioni e grandi cetacei.

Simone Panigada

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Per approfondimenti:
http://www.iht.com/articles/ap/2007/02/24/europe/EU-GEN-Spain-Watch-the-Whales.php

08 March 2007

La coda bionica di Fuji


Fuji - un tursiope femmina di circa 35 anni - è stata catturata nel 1976 al largo del Giappone e trasportata nell’acquario di Okinawa, dove per oltre 26 anni è stata fatta esibire in spettacoli per il pubblico.

Nel 2002, a causa di una grave malattia alla coda (necrosi cellulare e insufficienza circolatoria), Fuji non riusciva più a saltare e a divertire gli spettatori come aveva fatto per gran parte della sua vita - così i veterinari hanno deciso di intervenire. Per paura che la malattia si diffondesse al resto del corpo, sono stati amputati entrambi i lodi della coda, circa il 75% dell’arto.

Dopo l’amputazione, tuttavia, il delfino non riusciva a fare abbastanza esercizio fisico, si stancava in fretta e stava ingrassando. Fuji è stata così sottoposta a un allenamento che le ha permesso di riprendere a nuotare, ma con performance ben inferiori a quelle dei delfini “normali”.

Nasce quindi l’idea di applicarle una coda artificiale. Interviene un’importante azienda di pneumatici da corsa e dopo due anni di lavoro, dieci prototipi e una spesa di 65.000 Euro, viene costruita una coda amovibile.

Per Fuji non è stato facile accettare questa nuova condizione perché, come tutti i delfini, non sopportava la presenza di un oggetto estraneo attaccato al suo corpo. Dopo 5 mesi è riuscita ad abituarsi, ma questa coda artificiale non è perfetta. Per evitare sofferenze all’animale e per non danneggiare la preziosa coda, Fuji può indossare la protesi solo per 2-3 ore al giorno. Nel frattempo, stanno continuando le ricerche per un modello migliore.

Silvia Bonizzoni

03 March 2007

Song of the Whale ti sta cercando


Song of the Whale è una fantastica barca di 22 metri costruita specificamente per la ricerca sui cetacei dall’International Fund for Animal Welfare (IFAW). Da anni solca i mari di tutto il mondo nell’ambito di progetti specifici di ricerca e conservazione sui mammiferi marini.

Quest’anno Song of the Whale sarà in azione da maggio a ottobre nel Mediterraneo orientale, con il principale obiettivo di monitorare acusticamente capodogli e altri cetacei.

L’equipaggio di Song of the Whale sta ora cercando persone appassionate (con adeguata esperienza) che possano contribuire allo svolgimento del progetto. Si tratta di una magnifica opportunità di lavorare a stretto contatto con ricercatori esperti, utilizzare una strumentazione all’avanguardia e imparare a vivere a bordo di una barca da ricerca.

Negli ultimi anni Song of the Whale ha ospitato numerosi collaboratori dell’Istituto Tethys e tutti sono rimasti entusiasti di questa esperienza, durante la quale hanno potuto apprendere nuovi metodi di indagine sui cetacei, confrontarsi con altri ricercatori europei e arricchire le proprie conoscenze.

Se credi di essere la persona giusta per Song of the Whale, consulta il sito: www.ifaw.org/sotw

Le iscrizioni sono aperte fino al 16 marzo 2007!

Silvia Bonizzoni

02 March 2007

Conservazione... di carta


In un editoriale apparso recentemente su Conservation Biology - intitolato "Marine Conservation on Paper" - ho provato ad esprimere con sincerità il mio modo di sentire dopo molti anni trascorsi a cercare di migliorare lo stato di conservazione dei delfini in Mediterraneo.

Quando ho cominciato a lavorare c'era la percezione diffusa che se i delfini dei nostri mari non erano protetti questo dipendava anche o soprattutto dal fatto che i loro problemi non erano noti, non erano stati descritti in termini sufficientemente scientifici, oppure perché le conoscenze disponibili non erano state divulgate e convertite in Piani d'Azione con chiare indicazioni gestionali.

Il mio gruppo di ricerca ed io abbiamo provato a fare tutto questo: abbiamo studiato alcune popolazioni di delfini costieri in Mediterraneo per due decenni, abbiamo identificato e descritto le principali minacce, abbiamo pubblicato quei dati su periodici internazionali, li abbiamo divulgati attraverso i media europei e abbiamo redatto ampi piani di conservazione contenenti le azioni necessarie alla tutela degli animali. Abbiamo anche contribuito a una adeguata classificazione delle popolazioni, ad esempio includendo i delfini comuni del Mediterraneo nella Red List della World Conservation Union (IUCN) come popolazione "Endangered", oppure portando il delfino comune in Appendice 1 della Convenzione di Bonn (Convention on the Conservation of Migratory Species of Wild Animals, o CMS). Tutto questo è servito? Al momento pare proprio di no. I delfini continuano il loro declino e non sembrano essersi accorti del nostro lavoro.

Possiamo vantare nel nostro curriculum importanti "successi" scientifici e di conservazione, ma se tutto questo non si traduce in un effettivo beneficio per gli animali, si tratta davvero di un passo avanti? Certo, tutto quanto è stato fatto finora contribuisce a mettere i problemi nella giusta prospettiva, ma è ancora davvero poco se si considera che in alcune zone del Mediterraneo i delfini scompaiono a ritmi allarmanti.

Come scienziati e ricercatori, tendiamo a considerare un successo la pubblicazione dei nostri lavori su periodici di grido. A quel punto magari ci sentiamo soddisfatti. Ma quando si tratta di conservazione e non di scienza pura, è importante considerare la pubblicazione dei dati come un primo passo, e forse neanche il più importante, verso il raggiungimento di un obiettivo ben più difficile e lontano. Si tratta infatti di usare il nostro lavoro scientifico come un semplice strumento per dare sostanza e forza a un processo che comprende moltissima comunicazione verso l'esterno: seminari, conferenze, eventi, opuscoli informativi, lobbying, azioni che mettano quel particolare problema sotto i riflettori, fino al punto in cui i gestori arrivino a capire che si tratta di una faccenda che non può essere ignorata.

Perchè questo avvenga è necessario ingegnarsi per migliorare la qualità della comunicazione. Vogliamo combattere una battaglia per proteggere i delfini dell'Adriatico o dello Ionio? Dobbiamo fare in modo che la loro sopravvivenza sia percepita come qualcosa di importante, bisogna sensibilizzare il grande pubblico così come gli stakeholder anche attraverso un nostro diretto coinvolgimento. Le persone più qualificate per trasmettere quel tipo di messaggio siamo proprio noi che abbiamo descritto il problema in termini scientifici, che abbiamo a cuore la sorte degli animali, e che, soprattutto, abbiamo una nostra storia personale da raccontare.

La chiave di lettura del problema, il fattore di interesse, è forse proprio la nostra motivazione personale e la nostra speciale percezione del problema. Quello che la gente vuole sapere, alla fine, non è quanti delfini ci sono o quali enormi problemi li minacciano, ma perché a me - come individuo - sta tanto a cuore la loro sopravvivenza. Siamo assediati da storie agghiaccianti e ormai assuefatti al disastro ambientale, e tuttavia le storie personali ancora ci interessano e siamo affascinati dagli idealisti e da chi dedica la propria vita a una causa meritevole, nonostante tutto.

Sta a me, allora, portare avanti questa piccola battaglia. Se riesco a trasmettere tutto il mio carico di emozioni, se ce la faccio a raffigurare la presenza di delfini nel mare come un valore assoluto, allora può capitare che qualcuno sia disposto a fare qualcosa. Per riuscire a fare la differenza devo mettermi in gioco, e non limitarmi a pubblicare montagne di carta che troppo spesso finiscono negli scaffali polverosi di qualche archivio.

La documentazione dei problemi è necessaria, i Piani d'Azione sono fondamentali, il contesto internazionale è importante, ma perché tutto questo porti davvero a un cambiamento c'è bisogno che qualcuno sia disposto a modificare il proprio comportamento, forse a rinunciare a qualcosa in nome di un qualcos'altro che, grazie al nostro impegno, viene ora percepito come più importante.

Posso smettere di mangiare pesce spada perché so che le reti illegali con le quali vengono catturati questi pesci fanno strage di cetacei e tartarughe. Posso evitare di comprare tonno perché sono consapevole che il tonno in Mediterraneo e altrove sta sparendo. Lo faccio volentieri e nel mio stesso interesse, sapendo che la tutela del mare è un valore, e che sarò io stesso, i miei figli e i miei amici a trarre vantaggio da questo tipo di comportamento. Forse un giorno vedremo un grande pesce spada saltare a pochi metri dalla nostra barca, o osserveremo ammirati un branco di delfini nuotare a prua. Se succederà, sarà anche grazie alle nostre scelte. Un contributo piccolissimo, certo, ma non per questo irrilevante. Se è vero che un lungo viaggio comincia con un singolo passo, allora dobbiamo essere i primi a farlo, quel passo. Forse a qualcuno verrà voglia di seguirci.

Giovanni Bearzi

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Chi fosse interessato a leggere l'editoriale può scaricarlo dal sito Blackwell http://www.blackwell-synergy.com/toc/cbi/21/1 o richiederlo a me (bearzi@inwind.it).

28 February 2007

Aprile: tempo di balenottere


Si allunga la stagione di raccolta dati sui cetacei condotta da Tethys, l’Istituto di ricerca che da oltre 20 anni si occupa dello studio e della tutela di questi animali in Mediterraneo: già dal 25 aprile si apriranno i campi di osservazione e studio in Mar Ligure. La ricerca sarà dedicata in particolare alla raccolta di dati sulle balenottere comuni, che in primavera fanno ritorno nelle acque del Santuario per nutrirsi di minuscoli gamberetti. E’ un’occasione unica per ammirare in natura questi straordinari e giganteschi animali contribuendo in prima persona alla loro salvaguardia. I volontari, infatti, partecipando ai campi di osservazione e affiancando i biologi nelle attività di raccolta dati, possono vivere un’incredibile esperienza e partecipare attivamente alla ricerca.

Tre sono i progetti a cui è possibile partecipare:

Nel Santuario “Pelagos” dei Cetacei, in Mar Ligure
Il Santuario Pelagos, creato a partire da una proposta dell’Istituto Tethys, possiede una delle più alte concentrazioni di cetacei di tutto il Mediterraneo. A bordo della confortevole “Pelagos”, un motorsailer di 21 metri dotato di sofisticati strumenti di ricerca, i ricercatori, assistiti dai partecipanti ai campi, studiano il comportamento della maestosa balenottera comune e della vivace stenella striata, ascoltano con l’idrofono i suoni del grande capodoglio e fotografano, allo scopo di identificare i vari individui, altri cetacei meno conosciuti come il globicefalo, il grampo e il misterioso zifio. Oltre ai cetacei, non è difficile avvistare creature marine tra cui pesci luna, mobule, tartarughe e uccelli. A bordo, avventura e ricerca si alternano a momenti di relax e a lezioni "mirate" sulla biologia dei cetacei.

Presso l’Isola di Kalamos, nella Grecia Ionica
Kalamos è una piccola isola non ancora raggiunta dal turismo di massa, dove i ricercatori dell’Istituto Tethys studiano da 15 anni tursiopi e delfini comuni allo scopo di conoscere le loro abitudini e le minacce a cui sono sottoposti. I biologi, dopo aver constatato il declino del delfino comune nell’area di studio, causato da una drastica riduzione delle loro prede, hanno fatto in modo che la popolazione mediterranea venisse inserita nella Lista Rossa dell’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN) tra quelle in pericolo di estinzione. I ricercatori sono ora impegnati a studiare una comunità residente di tursiopi, ancora in buona salute, e a monitorare gli ultimi delfini comuni presenti nella zona. I partecipanti ai campi di ricerca alloggeranno in una caratteristica casa locale in mezzo al verde e usciranno in mare a bordo di gommoni a chiglia rigida. A volte, tra un delfino e l’altro, si può incontrare una foca monaca, un pesce spada o una tartaruga marina.

Nel Golfo di Napoli, a Ischia, in collaborazione con Delphis mdc
Le acque di Ischia rappresentano un'area ideale per lo studio dei cetacei poiché vi si registra la presenza regolare di cinque diverse specie del Mediterraneo: stenella striata, delfino comune, tursiope, grampo e balenottera comune. Globicefalo e capodoglio sono ospiti occasionali. Priorità del team di ricerca è la salvaguardia del raro delfino comune. I partecipanti saranno ospitati a bordo del magnifico veliero-laboratorio "Jean Gab", un cutter oceanico di 17,7 metri che naviga prevalentemente a vela ed è attrezzato con idrofoni e telecamere subacquee per documentare il comportamento dei delfini.

Il campi inizieranno il 25 aprile in Mar Ligure (con una pausa tra il 2 e il 20 maggio) e il 27 maggio in Grecia e avranno la durata di 6 giorni. Il costo varia da 575 a 880 Euro a seconda del periodo scelto e della località e include vitto, alloggio, assicurazione e quota sociale. Sconti speciali per gli studenti sotto i 26 anni. Per gli studenti universitari l’esperienza può valere come credito formativo.

I campi Tethys sono inclusi nel prestigioso programma “Out of the Blue” della Whale and Dolphin Conservation Society, che offre una selezione dei migliori campi di osservazione e studio dei cetacei in tutto il mondo.

Claudia Fachinetti

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Per maggiori informazioni:
http://www.tethys.org

Piano d'Azione per la Conservazione dei Cetacei in Libia


Il Governo Libico ha recentemente approvato un Piano d'Azione per la Conservazione dei Cetacei in Libia. Il Piano delinea le azioni prioritarie nel campo della sensibilizzazione del pubblico, l'educazione, la formazione professionale, la ricerca e la gestione delle risorse, auspicando una politica ispirata al rispetto e alla tutela degli ecosistemi marini.

Il RAC-SPA (Regional Activity Centre for Specially Protected Areas) e l'EGA (Environment General Authority) hanno organizzato una missione in Libia che si è svolta nel dicembre 2004 al fine di raccogliere informazioni per la redazione del Piano. Il Presidente di Tethys Giovanni Bearzi, coinvolto in qualità di consulente ed esperto sulla conservazione dei cetacei, ha coordinato le riunioni e redatto il Piano finale.

Alle riunioni hanno partecipato un gran numero di ricercatori ed esperti del Marine Biology Research Centre (MBRC), l'EGA e l'Università Al Fateh di Tripoli, che hanno formito informazioni essenziali. La missione ha compreso visite ai mercati del pesce locali per valutare la diversità dell'ittiofauna locale, la taglia media delle prede e il valore di mercato del pesce. Interviste con pescatori locali hanno completato il quadro conoscitivo.

Il numero di informazioni raccolte nel corso degli incontri è stato considerevole, e ha rappresentato una base ideale per la preparazione del Piano.

ACCOBAMS, l'Accordo per la Conservazione dei Cetacei del Mar Nero, Mar Mediterraneo e zona Atlantica contigua, ha accolto con entusiasmo l'approvazione del Piano da parte della Libia, e si è congratulato con l'EGA, l'MBRC, il RAC/SPA e con l'autore Giovanni Bearzi per il loro impegno e lavoro prezioso.

Il Piano d'Azione può essere scaricato dal sito di ACCOBAMS, alla pagina:
http://www.accobams.org/2006.php/news/show/33

11 February 2007

Una copia della tesi in cambio di un viaggio tra delfini e balene


Questo appello è riservato a tutte le ragazze laureate e laureande nel campo della biologia marina che vogliono vincere un viaggio tra delfini e balene del Mediterraneo.

Se non volete lasciare che la vostra tesi si riempia di polvere su qualche scaffale dell’università o al buio nel cassetto di un vostro docente, ecco qui un’ottima possibilità per utilizzarla e riscattare il vostro sudatissimo lavoro!

Sono iniziate le iscrizioni per il Premio di laurea "Rossana Majorca" e partecipare è semplicissimo. Non dovrete affrontare esami né colloqui, ma semplicemente inviare una copia del vostro elaborato di tesi, che sarà valutato da una commissione giudicatrice.

Se la vostra tesi piacerà, il gioco e’ fatto! Avrete la magnifica opportunità di partecipare a un campo estivo dell’Istituto Tethys a diretto contatto con ricercatori esperti che vi porteranno alla scoperta dei cetacei dei nostri mari.

E non è tutto, perché la destinazione la scegliete voi: Mar Ligure o Grecia.

Non perdete tempo, le iscrizioni sono aperte fino al 31 marzo 2007!

Silvia Bonizzoni

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Per ulteriori informazioni, consultate la pagina seguente:
http://www.tethys.org/Premio_RMaiorca/Premio_RMaiorca.htmcetanames.htm

09 January 2007

Dolphins of the Ionian Sea


this article was written on April 15th, 2006, during the first Earthwatch expedition managed by the Tethys team in the Amvrakikos Gulf, Greece

It is mid April in Vonitsa, a very quaint village on the southern shore of the Amvrakikos Gulf. We have been surveying the Gulf for five days and have sited dolphins in groups ranging from two to six, but the sea conditions have been quite temperamental. Above sea state 3 it is very difficult to spot emerging dorsal fins with the naked eye. However, today we head out in our NovaMarine RIB at 08.30 hrs to our most easterly transect in glass-like waters with the sun shining over the mountainous landscape.

Seconds after reaching our transect starting point, Silvia Bonizzoni, Research Team Member, shouts ‘OUT, 11 O’CLOCK!’. A dorsal fin has been spotted approximately 100 metres from our boat. The PI, Joan Gonzalvo, takes a GPS reading of the first sighting and then approaches the dolphin spotted. The team gets prepared to start recording data. Marisa, HSBC fellow from Brazil, has the electronic NetPad ready to start inputting dolphin behaviour; Helen, US volunteer, is handed the stopwatch to try and time the longest dolphin dive; her daughter Jena, and I are positioned to spot any other surfacing dolphins and Marcia, another HSBC fellow from Brazil, is ready to log our GPS location every minute.

At closer range we spot many dolphins; ‘OUT, 3 O’CLOCK - TWO’, ‘OUT, 7 O’CLOCK – FOUR’, ‘OUT 12 O’CLOCK – THREE ADULTS, ONE JUVENILE’. We are quickly surrounded by these beautiful creatures and the team tries its best to estimate a total group size, but struggles to stay with our focal group, as the dolphins merge in and out of clusters. We estimate over 30, mostly adults but we also spot some juveniles and calves. Some fins are easily recognizable, with many nicks or clear white markings. Silvia and lead PI, Giovanni Bearzi, have been studying the photo-id of these animals for 5 years and easily recognize some of them as they emerge. Ones with very distinctive marks have been affectionately named, such as Pita, who has had the tip of his dorsal fin chopped off, and Elikas (meaning propeller in Greek), who has a large gash behind its dorsal fin from having had an accident with a boat propeller, possibly from bow riding.

The timer rings after 5 minutes and it is time to start recording the dolphins’ behaviour. Some surface feeding is happening which explains the large flock of seagulls crying above our heads. The gulls often follow the dolphins and therefore can act as good indicators when surveying for cetaceans. Some individuals become curious and start to approach our boat, the team becomes very excited as a few begin to bow ride, turning on their sides as they approach to get a better look at us looking at them. In the distance, some are showing signs of social behaviour by leaping great distances out of the water together, and occasionally we see and hear percussive behavior as they belly flop on their sides against the surface of the ocean. With so many dolphins it is hard to keep up with all of the interactions and activity that is occurring but it produces an unforgettable experience for all onboard.

Throughout the hour of recording behaviour and counting group size, Joan has been busy capturing photo-ids of the surrounding dolphins. There is a real art to capturing that perfect picture. The light has to be right, there can’t be too many splashes to hide the markings of the fins, and the best shot is when you catch them leaping with dorsal fin and belly in view, so that you are able to sex the animal later. You can never tell if you have taken the perfect shot until you analyse the photos when you return, so Joan continues to photograph all emerging fins and finishes with 210 images.

We stop survey at 12.00 hrs and start to return back to base after an action packed and awe-inspiring day. The next step after lunch is to crop all of the photos and try to match them against an existing catalogue of individuals. This can be a time consuming but rewarding task when you identify your animals seen that day.

The day ends with a delectable dish prepared by the Brazilian fellows, some authentic Greek wine and sweets. The group camaraderie makes the whole experience even more enjoyable, with wonderful discussion of the day’s events.

We have another early rise tomorrow at 07.00hrs so everyone heads to bed and falls asleep listening to the friendly local Greek villagers enjoying their small town night life on a Saturday night. It is hard to believe that there is only one more survey day left.

Jen Alger

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For more information on Earthwatch expeditions click here

04 January 2007

Di che tursiope si tratta?


Nella letteratura scientifica si parla spesso di tursiopi (in inglese ‘bottlenose dolphins’), ma a volte non è chiaro a che specie ci si riferisca.

Di tursiopi infatti ne sono state riconosciute (finora) almeno due specie: il Tursiops truncatus (common bottlenose dolphin) e il Tursiops aduncus (Indian-Ocean bottlenose dolphin). In italiano il primo è chiamato semplicemente ‘tursiope’, il secondo ‘tursiope indo-pacifico’, anche per il fatto che in Mediterraneo vive solo la prima specie.

Quando si ha a che fare con articoli pubblicati qualche tempo fa, prima che avvenisse questa divisione tassonomica, è a volte difficile capire di che specie si stia parlando. Sono infatti quasi tutti ‘bottlenose dolphin’ Tursiops truncatus.

Di questi animali viene spesso magnificata la grande adattabilità e flessibilità di comportamento, organizzazione sociale, dieta etc. Si tratta effettivamente di animali molto opportunisti e di abitudini elastiche, ma a rigore, trattandosi di due diverse specie, non è corretto mettere insieme i comportamenti dei tursiopi italiani con, ad esempio, quelli studiati a Shark Bay, in Australia. I secondi appartengono infatti alla specie aduncus.

Una certa tendenza a mantenere lo status quo da parte di tanti ricercatori, ignorando alcune recenti scoperte a favore della ‘tradizione’, fa sì che si continui a discutere di tursiope come se ne esistesse una sola specie. Eppure, i motivi per abbandonare il vecchio per il nuovo ci sarebbero.

Già una decina d’anni fa Richard G. LeDuc ha dimostrato che esistono differenze sostanziali all’interno del genere Tursiops, e che tale genere è sicuramente polifiletico. In altre parole, LeDuc, insieme ai suoi colleghi Barbara E. Curry e William F. Perrin, sostengono che all’interno del genere esistano diverse specie, e che il genere necessiti di una revisione sostanziale.

E’ interessante notare che non si tratta solo di un puntiglio da superspecialisti, destinato a restare oggetto di uggiose disquisizioni accademiche. La specie Tursiops aduncus, infatti, risulterebbe più simile al genere Stenella di quanto non lo sia al genere Tursiops. Potrebbe quindi trattarsi addirittura di una Stenella aduncus!

Quali che siano le future suddivisioni tassonomiche, alcune organizzazioni autorevoli (ad esempio l’International Whaling Commission - IWC- e la World Conservation Union - IUCN) hanno già adottato la tassonomia aggiornata accettando le due specie truncatus e aduncus.

E' probabile che nel prossimo futuro spunteranno altre specie o sottospecie, data la grande variabilità morfologica, genetica, molecolare etc. che si riscontra nelle diverse popolazioni di tursiopi che abitano le acque temperate e tropicali di tutto il Pianeta.

Si vede quindi quanto sia inopportuno mettere in uno stesso contenitore i tursiopi di Shark Bay, che usano le spugne come strumenti e formano ‘bande’ di maschi note per segregare le femmine e costringerle all’accoppiamento, con i tursiopi nostrani, che certe cose (a quel che risulta) proprio non le fanno.

Giovanni Bearzi

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Per approfondimenti:

Cetacean taxonomy and common names
http://www.tethys.org/cetanames.htm

Leduc R.G., Curry B.E. 1997. Mitochondrial DNA sequence analysis indicates need for revision of the genus Tursiops. Report of the International Whaling Commission 47:393.

LeDuc R.G., Perrin W.F., Dizon A.E. 1999. Phylogenetic relationships among the delphinid cetaceans based on full cytochrome b sequences. Marine Mammal Science 15:619-648.