01 January 2009

Ma come sta il nostro mare?


Come sta il mare? Una domanda che ci viene posta di frequente, semplice e diretta, alla quale tuttavia non è possibile rispondere con altrettanta semplicità. L’unica cosa semplice che si può dire in proposito è che tutte le malattie del mare sono provocate dall’uomo.

Possiamo considerare il mare sotto molti diversi aspetti, e a seconda del punto di vista possiamo fare delle differenti diagnosi. Per esempio, possiamo considerarlo sotto il profilo della molteplicità degli ambienti di cui è costituito. A noi animali terrestri il mare può sembrare tutto uguale; in realtà è un mosaico di ecosistemi, ognuno con sue differenti particolarità e vulnerabilità, che per loro caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche possono differire l’uno dall’altro tanto quanto una foresta tropicale differisce da un deserto. Ci sono il mare costiero e quello profondo, la barriera corallina tropicale e la banchisa polare, la laguna salmastra e l’alto mare oceanico, e perfino la massa d’acqua degli oceani, in costante movimento, è suddivisa in strati di diversa formazione e composizione, riconoscibili anche decenni dopo che si sono formati e differenziati.

Oppure possiamo considerare il mare sotto il profilo della distribuzione della sua biodiversità. In alcune zone c’è l’equivalente del deserto, con pochissime forme di vita, mente in altre vi è un brulicare di specie. Aree popolate da specie aventi distribuzione globale si alternano ad aree dove molte specie sono endemiche, cioè uniche di quella località, e infinitamente più vulnerabili.

Infine, possiamo considerare il mare dal punto di vista della capacità umana di danneggiarlo, cioè dei livelli di minaccia, di contaminazione e di degrado quali la pesca, l’inquinamento e i cambiamenti climatici a cui l’ambiente è sottoposto.

Se sovrapponiamo questi differenti scenari vedremo che il mare è un caleidoscopio di diverse situazioni, che ci aiuteranno a capire meglio il suo stato di salute e considerare le medicine necessarie. Tra queste primeggiano le aree marine protette: parcelle di mare che abbiamo ritagliato dal planisfero perché più importanti, più ricche, pristine o delicate, e che cerchiamo di proteggere con regole speciali nell’attesa di imparare a gestire le nostre attività in maniera sostenibile anche nel resto del pianeta.

Le aree marine protette sono uno strumento importante di conservazione della natura, ma sarebbe un errore considerarle la panacea. Esistono situazioni in cui è molto più efficace agire diversamente, per esempio attuando regole e misure di gestione da applicarsi a prescindere da considerazioni territoriali. L’ideale è la sapiente combinazione tra i vari strumenti a disposizione. Infine, le aree marine protette vanno fatte funzionare con professionalità; troppo spesso, infatti, vengono istituite e poi lasciate sulla carta, con effetti negativi sulla loro credibilità. Oppure vengono imposte dall’alto senza aver prima conquistato alla causa le genti del luogo, che ne devono essere i più convinti difensori e protagonisti.

Infatti, in ultima analisi se il male è l’uomo, questo è al tempo stesso la medicina. La tutela dell’ambiente non solo deriva da precise volontà politiche, ma anche dalle azioni di tutti noi.

Giuseppe Notarbartolo di Sciara

Articolo tratto da Rivista della Natura n. 6/2007

---
Cosa si può fare?
http://www.cetaceanalliance.org/wycd.htm

1 comment:

Aina Pascual said...

Articolo interesante :)